“La specificità essenziale dell’attimo”

Quale è il senso di lavorare con un fotografo, quando le stesse foto me la posso scattare gratis? Ai giorni nostri ci possiamo interrogare se il ritratto fotografico riesca a mantenere il significato con cui i fotografi di una volta riuscivano investire le loro immagini. Siamo capaci di conservare la potenzialità, “il valore magico”, “la specificità essenziale dell’attimo”? Hanno le nostre foto ammucchiate su una pagina l’eloquenza di parlare a chi le osserva? Credo che la professione del fotografo ritrattista, oltre alle conoscenze tecniche del mestiere, debba richiamare esattamente a questa capacità di aggrappare l’inconscio. E’ qui il senso di spendere del tempo non soltanto a visionare le nostre immagini, meno di numero ma che mantengono vivo la tensione dello sguardo più a lungo, ma anche a prepararli con cura.

«”E io domando: come ha avvolto la grazia di questi capelli / e di questo sguardo gli esseri di un tempo! / Come ha baciato questa bocca alla quale, folle, / la brama in spire di fumo senza fiamma sale!”

Oppure ci si trova osservare l’immagine di Dauthendey, il fotografo, padre del poeta, all’epoca del suo matrimonio con la stessa donna che un giorno, poco dopo la nascita del sesto figlio, avrebbe trovata con le vene tagliate nella camera dal letto del loro appartamento di Mosca. Qui la si vede accanto a lui, si direbbe che la stia sorreggendo; ma lo sguardo di lei lo oltrepassa, risucchiato da funeste lontananze. 

Se ci si è immersi abbastanza a lungo in un’immagine del genere, si arriva a capire quanto, anche qui, gli estremi si tocchino: la massima esattezza tecnica può conferire alle opere un valore magico che un dipinto non riesce più ad avere ai nostri occhi. In una simile immagine, malgrado la posa calcolata del suo modello, l’osservatore si sente irresistibilmente spinto a cercare una scintilla di casualità, forse solo per un istante, il ‘qui e ora’ con cui la realtà ha, per così dire, trapassato da parte a parte il carattere dell’immagine, nel bisogno di trovare lo spazio non manifesto in cui nella specificità essenziale di quell’attimo passato, tuttora si annida il futuro e vi si annida con un eloquenza tale da renderci capaci, se guardiamo indietro, di scolpirlo. E’ una natura, quella che parla all’apparecchio, ben diversa da quella che parla all’occhio; diversa soprattutto perché invece di uno spazio predisposto coscientemente dall’uomo, appare uno spazio intessuto dall’inconscio. […] Questo inconscio ottico lo si può scoprire solo grazie alla fotografia, così come l’inconscio delle pulsioni grazie alla psicanalisi.» 

Walter Benjamin, Breve storia della fotografia, Passigli Editori, Bagno a Ripoli 2014, pp. 27-28.